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CESARE ANGELINI

LA GRECITÀ DEL FOSCOLO

In C. Angelini,
Altro Ottocento (e un po’ di Novecento),
Bologna, Boni Editore, 1973, pp. 11-16.

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Ugo Foscolo

Dipinto di François-Xavier-Pascal Fabre, 1813
Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze


Diceva un mio dottissimo professore del Seminario che il Leopardi lo può leggere e capir tutto anche chi non sa il greco; il Foscolo, no. E ne dava la ragione. Diceva che la grecità del Leopardi (una volta se ne parlava di più) respirata nella congeniale esperienza dei classici e tradotta nel linguaggio del Petrarca, del Poliziano e d’altrettali parenti, si risolve in quella trasparenza e sovrana purezza di canto detta anche attica semplicità. Il Foscolo, viceversa, impone la conoscenza della lingua, proprio perché essa offre certe condizioni per poter cogliere quel «greco incognito» rifluito in lui con l’eredità del sangue; e s’individua nella istintiva venerazione di moti e modi e figure e ricordi che in lui erano naturali. («Fin che sarò memore di me stesso, non oblierò che nacqui di madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella “chiara e selvosa” isola di Zacinto, risuonante ancora dei versi con che Omero e Teocrito la celebravano»).
Il mio poco greco non mi permette di dire fino a che punto avesse ragione il dottissimo professore, che, direbbe Didimo, «aveva più meriti che celebrità di grecista». Però quella sua opinione ha lungamente agito su me, fino a farmi trovare nella poesia del Foscolo quasi una presenza di aoristi, il tempo più vagamente indeterminato dell’idioma caro alle Muse. Valgimigli, il nostro miglior grecista-poeta, è certo in grado di accogliere queste rallegrature sintattiche. («Allor che ai nodi indocili — la chioma al roseo braccio — ti fu gentile impaccio». O altrove: «E uscir dal teschio ove fuggia la luna»). Insomma per il Leopardi il greco era passione filologica ed esigenza di coltura elegantissima; per il Foscolo era patria, e la carne e il sangue. Spiega l’ardore con cui per trenta pagine discute sul valore del «diagramma eolico». E in questo senso non hanno le nostre lettere un ingegno più greco di lui.
Già quella sua nascita greca, gli dà felicità a ricordarla. «Sapete che io nacqui in Grecia...» Naturalmente continua a viverci, poiché l’animo «è pieno del nativo aer sacro». Dice: «Passerò il mare e andrò a fornire l’avanzo della mia vita nella materna Zacinto». «Parlatemi delle nostre isole, e sopra tutto di Zante, che mi sta sempre nel cuore». E ama firmarsi «Ugo Zacintio». L’affermazione spesso ripetuta ci permette di immaginarcelo affacciato sullo Ionio, a guardare, a ricordare. È un viverci, anche il dire che non ci tornerà più: «Né più mai toccherò le sacre sponde — dove il mio corpo fanciulletto nacque — Zacinto mia...». La nostalgia si tramuta in poesia, in felicità.
Sopra tutto nell’amplissimo e ancora un po’ ignorato Epistolario, che l’Edizione Nazionale del poeta ci ripresenta ora negli attraenti e solidi volumi di Le Monnier, vasta è l’esultanza per tutto quello che è greco: la terra e il mare e il cielo, la lingua e i poeti, e monumenti e relique.
In Grecia ha le sue radici la Bellezza, e i suoi fonti e i suoi templi custoditi dagli Dei e dalle Ninfe. La Bellezza è greca. E il Foscolo che confessa d’esser nato per far bene una cosa sola, la poesia, la respira come la luce, se ne nutre: e la passione, anzi la deificazione della Bellezza, sarà la costante della sua poesia, dai primi indizi del sedicenne che ha appena intravvisto, al canto perfetto delle Grazie dove il lume della Dea splende e trabocca: «la deità di Venere adorai».
La lingua, egli la conosce come un greco e tra tanti che professano di sapere Τἀ ελλενικἀ, è uno dei pochi che potrebbe vantare d’essersene inviscerato, e accoglie con pari commozione le parole della Dea che torna dagli oracoli di Malatunta e la benedizione in greco che la madre gli manda ogni sera. Intanto detta un’operetta greca nello stile degli Atti degli Apostoli, intitolata: I cinque libri memoriali di Didimo Chierico.
Grande è la sua ammirazione per quei poeti, vivendo pieno di essi e parlando spesso coi loro detti sapienti. Omero, sopra tutti. «Da più mesi non leggo che Omero, Omero, Omero». «Traduco Omero, in versi, ora dieci, ora uno, e li ricopio in un Omeruccio dove ho messo un foglio bianco a ogni foglio stampato ecc.». O, più alla buona: «Torno al mio letticciolo, a far quattro chiacchiere col vecchio Omero». Omero gl’invade le notti e i giorni. Preparava quella sua gagliarda traduzione dell’Iliade, interrotta ai primi libri, e ne mandava saggi agli amici sapienti, per sapere quel che ne pensavano. L’uomo che, citandoli, rischiava di migliorare i versi di Dante (esule a Londra, ne curò un’edizione pubblicata, più tardi, da un altro esule, il Mazzini; ma chi la conosce?), era poi umile da concedere i suoi alla lettura e correzione di un Monti, per esempio; per altro un gran mago di tinte. Né meno amava i prosatori: «Appena mi consolo con Senofonte e gli altri maestri...». Par di sentire, più tardi, la voce di un altro giovane maraviglioso, Renato Serra, che veramente sapeva «consolarsi coi suoi greci, considerati come i fondamenti della sua esperienza letteraria».
Poi quel suo dimorare a lungo nel mito; e la persuasione che senza il mito non è possibile vera poesia, diventerà l’ispirazione religiosa delle Odi e delle Grazie, testimoniando che la sua grecità è cosa tutta interiore e schietta, e non frutto d’un tempo neoclassico in cui visse. Il neoclassicismo lo trascende con la sua passione di uomo greco, che in quella letteratura trova una patria. Come non accadde al Monti, pure amico del mito, ma presso il quale, povero di passione e di persuasione, erano rimasti gli ornamenti delle muse, non il loro spirito celeste. Il Carducci, che molto prese da lui, gli riconobbe allegramente questa sua grecità nella terzina di un sonetto felice: «La nota Ugo gli dié degli usignoli — sotto i ionii cipressi».
E, col mito, il Foscolo recuperò il meglio dei concetti greci; quasi dicevamo teologia greca, vaporata in armonia. L’epigramma della Antologia che esalta «la bellezza di Dorica distrutta dalla morte, ma risorgente nella poesia di Saffo», è pure la sua gran persuasione, e diventa l’incanto dell’ Amica risanata, di alcun luogo dei Sepolcri, e il respiro delle Grazie. L’intima ispirazione di tutta la sua poesia consuma gli spiriti di Grecia, e le memorie e le speranze di questa vivono nei suoi carmi.
Dove piacque al Canna cogliere un atteggiamento tipicamente greco: la raffigurazione delle «Ore», intese come particelle di tempo colorate dai moti e dai motivi delle stagioni, quasi onde del tempo colorate. Il tema, il Foscolo cominciò a farlo suo con un indizio di poesia, nell’Inno al sole: «Ore e stagioni — tinte a vari color danzano belle — per l’aureo tuo lume misuratore». Sale a prova più felice nell’Amica risanata: «Così ancelle d’amore — a te d’intorno volano — invidïate l’Ore». Ma trova la sua rappresentazione scolpitamente definitiva nei Sepolcri: «E quando vaghe di lusinghe innanzi — a me non danzeran l’Ore future...». Come le Grazie, le Ore sono personificate in fanciulle succinte e vereconde, tra le più vaghe della mitologia. Perché anche il concetto di verecondia è dell’alta poesia greca, e suo; persuaso che solo l’etereo è eterno, non contaminato dalle passioni volgari che corrompono.
Qualche lettore ha avuto l’impressione che il Foscolo quando scrive traduce dai suoi greci, per il fatto che da essi prende modi di poesia, o ne deriva riti e miti che illuminano l’antichissima Grecia. Spiace di dover dire che in tale errore sono caduti lettori sensibili e intelligenti e che sapevan di Greco (un Dossi, per esempio); i quali potevano scrivere che il Foscolo «è tutto un mosaico di frasi rubacchiate ai Greci». Ora il Foscolo traduce, sì, spesso dai greci, ma traduce inventando; riprende, sì, splendori di riti e di miti, ma per recuperare il tempo antico nell’alta fantasia e farne un tempo moderno, una bellezza viva, sorprendentemente nuova, che lo ossessiona e lo morde. E forse questo è il bacio delle Grazie, che nessun altro ha più meritato.


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